Ogni volta mi fermo sulla soglia e li osservo un secondo.
C’è qualcosa di magico quando entro in classe. Posso trovarli in un pigrissimo silenzio, in tensione per un compito o nel pieno chiacchiericcio delle tresche adolescenziali. Eppure, a filo pavimento, evapora magia. Forse è l’incontro con la loro esistenza sconclusionata e sbilanciata in avanti, oppure con il loro carattere troppo appuntito o troppo rotondo, con le loro tute non proprio gold; forse è quel fare distratto che hanno, aperto al banale, al ridere per ridere, così come spalancato alla meraviglia assoluta. Non saprei… ma c’è qualcosa di magico quando varco la soglia della classe. C’è che torno indietro nel tempo e rivivo com’ero, chi ero o chi credevo di essere.
È la magia di riflettermi nei loro occhi a specchio. Di guardarmi mentre li vedo.
Prof ma lei com’era quando andava a scuola?
Ma io a scuola ci vado ancora!
Sì va beh… ma intendo… com’era da studente?
…Non andavo male ma non sono mai stato il più bravo della classe e… non sono mai stato neanche il più tranquillo.
Ah quindi faceva casino!!!
Non ho detto questo. Diciamo che non avevo la vera vocazione del casinista come la intendi tu. Però, ecco, amavo le good vibes.
…Quindi anche lei ha preso delle insufficienze!?
Certo! So bene cosa si provi a prendere un brutto voto. Non dovete pensare che i prof siano stati studenti perfetti. Nella stragrande maggioranza dei casi non è affatto così. Io non ero diverso da voi… Ma proprio per questo lasciate che possa vivere il mio essere prof con un desiderio…
Quale desiderio…? Se può dircelo…
Il desiderio che voi siate meglio di me.
Un desiderio così non può rimanere solo una vaga teoria. Deve assolutamente diventare vita. Questa è la più alta delle mie responsabilità. Solo così, anch’io, posso mettermi nelle condizioni di offrire ciò che di meglio sono.
Sapete ragazzi, c’è una domanda ricorrente in quei non più giovanissimi uomini e donne della mia generazione. Tenete conto che siamo una generazione di mezzo, cresciuta nel pieno cuore di un cambiamento d’epoca. Una posizione affatto semplice, ma che sto riscoprendo come privilegiata. La domanda ricorrente è presto detta: cosa ti fa alzare la mattina? Attenzione alle apparenze! È una questione tutt’altro che scontata e si porta dietro una serie di altre domande per logica conseguenza: come vivi le tue giornate? Cosa poni al centro del tuo tempo? Per quale scopo lo fai? Qual è il senso del tuo spenderti nella vita?
Professore ma sono domande complesse queste! Come si fa a dare una risposta!?
Hai ragione Tommaso, lo sono. Le domande più importanti sono quelle che non hanno UNA risposta. Non esiste UNA sola risposta. Esiste però la ricerca che ognuno può fare scavando dentro se stesso. Ed è esattamente l’esperienza che vorrei fare con voi. Non un’esperienza che voglio far fare A voi. Un’esperienza che vorrei fare INSIEME a voi.
Ma lei ha capito cosa la fa alzare la mattina?
Credo di sì.
È il pensiero di migliorare l’umanità. Al momento mi sembra la sfida più grande. È insieme preparazione del bagaglio, viaggio e destinazione. E coincide esattamente con ciò che sa rendere la scuola un luogo diverso da tutti gli altri. Perché da insegnante impari a convivere con l’inadeguatezza. Impari a costruire mentre operi una de-costruzione. Impari a parlare ascoltando la frequenza dei cuori. E in qualche istante di magia accade una cosa stupefacente: cogli il senso del tuo esserci.
Ti senti come il capocantiere di uno stravagante, immenso, imprevedibile cantiere di sogni.
