Non è mai stato facile per nessuno capire la propria strada, sia quella vocazionale che quella professionale (talvolta le strade coincidono). È esistita un’epoca per la quale questo passaggio di ricerca interiore non era praticamente contemplato. La generazione del Secondo Dopoguerra non considerava molto l’idea del “che cosa sono portato a fare”, passava direttamente all’azione. Erano tempi in cui esisteva una sola cosa necessaria per il bene di tutti: ricostruire il Paese. Non c’era tempo da perdere, bisognava impastare il futuro e dare ai figli una vita migliore. Così, anche in Italia, è stato possibile un tempo in cui ci si sposava giovani, la disoccupazione era al 4%, si facevano figli e la felicità era qualcosa di simile allo stare con loro e vederli crescere. Certamente ci si sacrificava ma si era anche in grado di apprezzare le gioie quotidiane. Ogni secondo di famiglia diventava prezioso.
Non bisogna essere sociologi per intuire che oggi le cose sono cambiate. Categoricamente non è più quel mondo lì. Per cercare di accrescere il benessere siamo scivolati dall’altra parte. I figli sono sempre più rari, un po’ per le condizioni economiche e il costo della vita ma anche perché, più semplicemente, non si ha più voglia di metterli al mondo. Non è più raro trovare persone che vedano il figlio come una sorta di ostacolo alla propria felicità. C’è infatti la fatica del crescerli ed educarli, c’è un tempo “nostro” che bisognerebbe “sacrificare” per loro. E il tempo, si sa, è denaro.
Dispiace ammetterlo, ma nelle scuole di ogni ordine e grado è chiaramente visibile un certo degrado educativo, un fenomeno in costante crescita da anni. La condizione attuale, vista con i parametri di una generazione fa, dice una cosa certa: che il baricentro della felicità si è spostato.
E la questione emerge spontanea. «Dov’è? Dove l’abbiamo sistemato questo baricentro?»
Anzi, la domanda andrebbe riformulata in maniera diversa:
«Dove sta il MIO baricentro della felicità?»
C’è poco da fare, abbiamo cominciato a pensarla da soli la felicità. Anche a casa.
Come quello spot pubblicitario che vuole convincere ogni famiglia ad avere più televisori, device o abbonamenti per soddisfare le esigenze di tutti. Così ognuno può trovarsi finalmente da solo, nella sua stanza, a vedersi ciò che vuole. È l’abbondanza al servizio dell’egoismo. È l’individualismo che vince sulla comunità. Il consumismo che cancella la condivisione in famiglia. Il pensiero rigido e inscalfibile che sbaraglia la complessità del confronto e della mediazione fra parti diverse. È, in sostanza, l’esclusione dell’altro. Una crisi che riscontriamo in politica, ma che affonda le sue radici in una crisi ben più profonda: quella comunitaria e prima ancora quella familiare. In questo contesto i ragazzi crescono necessariamente più “viziati”, con pensieri più semplicistici, più duri, e una maniera di fare che tende a imporre un solo punto di vista, il loro, l’unico che accettano.
Con una certa nostalgia ricordo l’epoca dell’unica televisione in casa, delle discussioni con il nonno per un film, una partita di Champions o un programma da vedere. Doveva iniziare una trattativa. Ed era dura trattare con chi aveva vissuto così tanto. Poi si raggiungeva un compromesso: un po’ noi ragazzi guardavamo i programmi del nonno, un po’ il nonno guardava i nostri.
Per insegnare a crescere bene bisogna partire da lontano. Sono le scomodità a formare il nostro modo di stare al mondo. Il fastidio iniziale del bambino che vuole imporre il suo modo di vedere le cose, deve incontrare la complessità di quelli che gli esistono intorno. Crescere insieme significa capire l’altro, dargli spazio, rispettarlo, valorizzarlo. Questa è anche l’unica maniera per arricchirsi di ciò che è. E a tutti noi fa bene arricchirsi degli altri.
Oggi viviamo in un’epoca di troppi monolocali. Troppi affitti brevi. Troppi modi di evadere il confronto. E tanti ragazzi crescono in questo sistema: durano poco nel pensiero e nell’elaborazione scritta. Durano poco nelle battaglie e nel senso critico. Come se ci fosse meno pensiero e meno vita in loro di quella che potrebbe esserci. Durano fatica ad accettare le sconfitte, perché di base non le conoscono. Non riescono ad elaborarle perché non gliele abbiamo mai insegnate. E allora quando vivono un fallimento lo rifiutano ciecamente, a volte violentemente, fino a commettere azioni folli di cui nessuno li credeva possibili.
Ecco perché in classe è necessaria Scienze Della Felicità. Perché il rischio infelicità si alza ogni anno di più, ogni volta che smettiamo di interrogarci su cosa ci renda felici e lasciamo che il Tik Tok di turno si prenda il nostro tempo gettandoci negli occhi un video dietro l’altro. Noi siamo molto di più rispetto ai video che ci sparano addosso in base ai dati che hanno raccolto sui nostri superficiali interessi digitali. Per fortuna siamo ben altro anche rispetto alle visualizzazioni, alle notifiche o ai like che riceviamo.
Tornare a posizionare il baricentro della felicità significa allora tornare a domandarci chi siamo, tornare ad apprezzarci in maniera attiva e propositiva, riqualificando il nostro rapporto con il mondo. Perché la felicità non ha nulla a che fare con ciò che è passivo. Non è imparentata con la noia. La felicità è colorata, accende ogni nostra fibra umana e ci rende capaci di illuminare le strade del futuro.
