IN BICI PER L’ITALIA, TAPPA 17: SALERNO-NAPOLI


Quando il cielo diventa indescrivibile, quello è il momento della partenza. Lasciamo Salerno galleggiando con le bici su un’aurora fra il tenue arancio e il rosa velato. Saliamo e ci affacciamo sul porto, non possiamo fare la costiera amalfitana per ragioni di tempo e così deviamo per l’interno, verso quell’unica cosa alta che si mostra poco a poco sempre più: il Vesuvio. Sfrecciamo di fianco al vulcano e  attraversando stradine poco conosciute arriviamo a Napoli. La prima sosta è alla Decathlon di Casoria per un check alle bici, fondamentale per affrontare l’ultima settimana di risalita della penisola.

Essendo in una zona piuttosto lontana dal centro, dobbiamo farci un bel pezzo di strada cittadina per raggiungere l’alloggio. Le scene che vediamo per la via sono agghiaccianti, inverosimili in qualunque città al mondo, qui sono la consuetudine. Non saprei sul momento come raccontarle e quando è così di solito può essere buono poggiarsi a un concetto base per provare a rendere l’idea: c’è libertà di pensiero. L’interpretazione delle norme stradali è totalmente a piacimento.
Alle prime rotonde entriamo con fare moderato, civili come due ciclisti di Oslo. Il rischio di farsi male si alza notevolmente quando provi a fare il nordeuropeo in posti del genere. Così ci adeguiamo al sistema, seguiamo il concetto dell’ermeneutica stradale partenopea, ovvero gesticolando e strombettando. “Ehi ma Funziona!”

Certo che funziona. Principalmente per una questione psicologica. Non sei più preoccupato per il traffico e lo assumi con positività. Non lo vivi come stress ma come fosse una giostra, come gli autoscontri al luna park. Ed ecco che a una delle ultime rotonde, nell’imbottigliamento generale, il mio lato razionale e ragionevole dá segno di cedere. Di solito il primo che decide di passare è colui che apre la tempistica dei diritti di precedenza. Non so come ma sento che è arrivato il turno di aprire le danze. Mi fiondo in mezzo gridando “Giunglaaaaaa!” Stefy che mi segue con prudenza machiavelliana scoppia a ridere come un matto. Sembro uno di quei bimbi sperduti nel celebre film del 1991 “Hook Capitán Uncino” quando gridano Bangarang! E assaltano i pirati.

Benvenuti Fratelli Cardi, benvenuti nella caotica follia, benvenuti a Napoli. Forse ci sarebbe da aprire una breve parentesi sul manto delle strade, ma non so se è il caso adesso. Diciamo che per fare le cose fatte bene sarebbe stato opportuno barattare le due bici da corsa con due modelli da trial. Ormai però il giro va completato così.
Riusciamo con fatica a trovare l’alloggio dopo aver scovato il numero 7 sbiadito su una parete di una via piena di murales. Ci docciamo, riposiamo e poi via a scoprire la città in compagnia di Pasquale, Vincenzo e Antonio. Ora, la vera domanda è: come si fa a mostrare in 3 o 4 ore Napoli? Come si fa a descriverla e farsene un’idea? Impossibile.

I tre personaggi napoletani che hanno deciso di prendersi carico di questo strato di impossibile però hanno un’idea precisa su come si possa fare. “Napoli in 3 ore non si può spiegare. Va vissuta. O la vivi o potresti anche non essere mai venuto e farebbe lo stesso.” Dice bene Pasquale. Probabilmente anche per questo motivo prendono una spiazzante decisione. Vincenzo prende il cellulare e mi fissa un appuntamento. Con chi mai mi farà incontrare? Vi do un indizio. Vincenzo è laureato in Storia.
Alle 17,40 sono dentro. Incontro quest’uomo. Ci stringiamo la mano. Si chiama Rosario. Mi siedo. Lui mi mette una specie di bavaglio impermeabile. Sono da Schiano Bros, uno dei parrucchieri più esuberanti della città.
Napoli va vissuta. E quale luogo meglio di un parrucchiere può fartela vivere?

Ho registrato buona parte delle conversazioni nel saloon. Da sbellicarsi dal ridere. Ho promesso comunque che quando il Napoli vincerà lo scudetto tornerò da Rosario a farmi i capelli. Chissà se li avrò ancora i capelli… Speriamo.
Torno a girare la città con i ragazzi, Stefano a ogni metro vorrebbe qualcosa da mangiare. Dolce o salato per lui non fa differenza. Si vorrebbe mangiare Napoli intera. Attraversiamo Spaccanapoli, andiamo a fare un saluto a San Giuseppe Moscati, entriamo in Santa Chiara, passeggiamo per il corso e per varie piazze.
Di Napoli impressiona la capacità di organizzarsi con regole sue. Impressiona lo stile “pericolanza” che dopo il romanico e il gotico è diventato qui di ampio respiro. Sembra che tutto possa cadere entro poco, e invece “nada se pierde, todo se transforma“. Tutto si regge su equilibri suoi. Chi vive a Napoli ogni giorno fa i conti con il lato artistico della vita ed è per questo che pur nei suoi problemi strutturali è una città innovativa, generativa, ispiratrice di vocazioni e libri.

Nel frattempo che procediamo a piedi per il centro storico parliamo un po’ delle nostre vite, delle sfide del nostro tempo, delle motivazioni che stanno portando me e Stefano a girare l’Italia in bici durante l’estate del Covid-19. Vincenzo ci saluta e noi proseguiamo per andare a cena. Antonio e Pasquale si consultano bene prima di portarci in un posto conosciuto assai. Si chiama “La figlia del presidente“. Hanno provato a spiegarci per 17-18 minuti la storia di questo posto. Non so cosa ci sia di vero e cosa di mitologico. In ogni caso ve la riassumo così: andiamo a mangiare in un posto aperto da una donna, la quale si dice sia la figlia di un signore il quale si dice che una volta avesse cucinato un piatto di qualcosa per il presidente statunitense Bill Clinton quando era in visita a Napoli.

Neanche a dirlo naturalmente mangiamo pizza. La assaggiamo anche fritta. Tanta roba. Buonissima.
Dispiace andarsene a letto adesso… Napoli è in una di quelle magiche sere che finirebbero bene con un Mojito da sorseggiare su qualche tavolino o scalinata. Anche domani però la sveglia suona molto presto e non si possono fare eccezioni. In bici per l’Italia deve nuovamente far girare le ruote per un’altra destinazione. 

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