SENZA AVER MAI VISTO UNA MAPPA DEL MONDO



È della Yarra Valley il vento pacato di fine estate, il fruscìo dei vigneti sotto nuvole ampie attraversate dalle gialle mongolfiere; è della Yarra Valley il profumo del mare che inevitabilmente giunge, dopo aver tagliato le vele di antichi galeoni e suonato in cresta alle onde della Great Ocean Road.
È Sunday alla Winery Mandala Divino. Significa tante cose il Sunday a Melbourne. Si può partire e lasciare il CBD, i rumori assordanti del circuito di Albert Park con meccanici dai nervi tesi, modelle a tacchi alti e Vettel che sfreccia in testa.
In Yarra Valley si respira altra luce, si sentono gli uccelli e i calici scoccare brindisi puliti, spesso meritati, dopo una settimana di lavoro. È grande il sogno australiano, l’opportunità della vita per mille italiani ogni anno. È grande la bellezza del vuoto, lo spazio colmo di un verde eterno, i sorrisi nostalgici d’Europa e quelli luminosi di chi sta emergendo e costruendo qui un futuro. Un misto di emozioni e storie si fanno compagnia, solleticano le possibilità incalcolabili di un nuovo migliore inizio o accarezzano la nuca come una mano femmina, di madre patria, madre storia. Sa di mamma l’Australia o meglio di nonna, di quelle che hanno viaggiato per prime, senza istruzione e senza soldi, né internet o telefono, senza aver mai visto una mappa del mondo. Trenta giorni su una nave polverosa, con una valigia di speranza e un sogno di qualche etto. Oggi ti incontrano nel loro continente e ti fissano forte, come un figlio, un nipote o un alieno, ti stringono al petto come fossi il loro tesoro. E lo sei. Sei il loro tesoro, perché quando ti guardano, ti raccontano tutto quello che possono. Senti in loro il desiderio di essere te, una cosa tanto grande e immeritata che non riesci neppure a commuoverti. Il cuore si sbriciola piano. E allora lo capisci. Capisci che quando ti stringono al petto non stanno abbracciando te, ma l’Italia.
Entrano persone di vario genere in Winery: coppiette di anziani, famiglie giovani, giornaliste in cerca di un paio di dritte per un articolo sul palato dei pensionati del Victoria. È esplosa la moda da alcuni anni in Australia e ormai pare che le persone non possano più fare a meno di trascorrere qualche ora degustando Shiraz e Pinot Noir con taglieri ricchi di prodotti di qualità preparati da chef Baltram. Vince sempre la qualità alla fine. Così nel vino, così nelle amicizie. Nelle botti piccole c’è il vino buono anche da queste parti, quel vino che ti attende in fondo alla pancia del calice argentato. Lo Chardonnay Sauvignon 2014 guida il palato ad ascoltarsi, scende di corsa lasciando intatto il gusto fino alla fine. Ottima annata.
Il sommelier scivola dietro al bancone intrattenendo la clientela e soffiando vino in calici e parole. C’è un aspetto teatrale che non può essere tralasciato quando si lavora a contatto con il vino e le persone. È un’arte che viene cullata nella delicatezza, nella sapienza dei movimenti del corpo e della bocca. Il sommelier è tutto tranne che un venditore. Per questo vende. Non c’è niente di meglio che lasciarsi rapire dalla sua sicurezza, dal suo confortante senso di agrodinamicità. Non punge mai, arrotonda l’opinione, scema dallo scuro centro e converge all’arancio perimetrale, esattamente come invecchiano i migliori vini. Il regno del sommelier è la vicinanza. Al vino, al gusto, ai viandanti che non hanno idea di cosa significhi tutto questo ma sono gli unici a rendersi conto subito che qui, senza dubbio, vale la pena fermarsi a ristorare. Proseguono poi nel vento, forse verso la city, forse no, ma torneranno. Un giorno torneranno.
Mi bagno le labbra con il Prophet del Museum Stock, per tornare ai grappoli delle vecchie vigne, le prime, quelle che hanno fatto nascere tutto questo giro di abitudini nel weekend. È uno spazio giusto quello della Winery, si presta alla tranquillità ricercata dai molti, che siano professori di scuola, giocatori di AFL nel giorno libero o turisti per caso. C’è poesia in quantità indecifrabile in posti come questo, non tanto per la scelta dei quadri o per la musica. Credo ci sia poesia perché ognuno è bendisposto, rilascia vibrazioni positive nell’aria, sorrisi normalmente inagibili. Tutto ciò che estrae bellezza è vicino alla poesia e se il vino viene versato e cantato in rima, poeta è il sommelier. È l’artista del contrappasso, il flauto porpora della memoria. La consapevole eleganza con la quale si esce dal suo regno, rende udibile la certezza di esserci stato, di essere passato dalla sua parte e aver sentito con lui il tono del rosso e la punta dell’invecchiamento. Poeta è il sommelier perché porta a visitare luoghi sparsi, calde risonanze, allarga i varchi di un concetto semplice e complesso: quello di trascorrere serenamente il tempo con una persona speciale, Nonna Laura.


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