IN BICI PER L’ITALIA, TAPPA 4: SUPERGA-LA SALLE


Sulla grande scacchiera delle strade torinesi alle 4 non c’è anima viva. Incrociamo i segnali del GPS e in un’ora e mezza dovremmo esserci. Sono circa 2 mesi che abbiamo scelto minuziosamente questa partenza notturna per salire alla Basilica di Superga. Circa 15 km di strada, 5 dei quali di pura salita. Ad attenderci in cima, oltre alla vista di grandangolo su tutta la città, c’è il monumento al Grande Torino.

Fin dall’età dei 10 anni mi era rimasta nel cuore questa tragedia sportiva e umana che segnò la generazione dei miei nonni. Il “Grande Torino” era una squadra di calcio eccezionale capace di vincere 5 scudetti di fila e premi di ogni tipo. Rappresentava la quasi totalità della Nazionale italiana e i giocatori erano ammirati in tutto il mondo. Fu proprio per il loro prestigio che vennero chiamati a disputare una partita di beneficenza a Lisbona. Nessuna partita amichevole sarà ricordata così tanto a lungo come quella. Il 4 maggio 1949 di ritorno dalla penisola iberica l’aereo che li trasportava si schiantó drammaticamente sulla collina di Superga. L’impatto fu devastante.
Da allora una gigantografia dei campioni è stata posta a fianco della Basilica. La lapide di 5 metri contornata da sciarpe di ogni colore recita in lettere rosse: “a perenne ricordo dei suoi campioni, gloria dello sport italiano, e di coloro che con essi qui perirono per tragica sciagura aerea – 4 maggio 1949.”

Di tutte le stelle della notte ne sono rimaste accese solo una manciata, svoltiamo l’ultima curva del breve sentiero che fa accedere alla lapide. Il sipario dell’alba si apre sul volto degli 11 atleti rivolti ad est.
La discesa da Superga è veloce e fresca, arriviamo alla stazione quasi infreddoliti. Carichiamo le bici in treno e partiamo per la valle d’Aosta dove concludiamo raggiungendo la Salle. Una tappa in due fasi per un totale di 65 km di bici,  dislivello di circa 800 m. Di fronte a noi, come promesso, il Monte Bianco sul suo trono.

La stanchezza si fa sentire, non eccessivamente a livello muscolare, quello che ci manca è il riposo notturno. Abbiamo proprio sonno. Le 3-4 ore a notte sono poche per rivitalizzare il fisico e qualche tendine comincia a fare le bizze. Nelle prossime tappe bisognerà gestire la condizione fisica in altra maniera, il viaggio di oltre 20 tappe lo richiede nella maniera più assoluta.
L’accoglienza nei pressi di Courmayeur è sorprendente. Siamo ospiti dalla famiglia di Michela compagna di studi di Stefano. È lei ad accompagnarci con suo fratello per alcuni punti panoramici sotto la catena innevata del Monte Bianco. Facciamo un salto alla Passerella sull’Orrido, poi nel centro di Courmayeur per una birra reintegrante. Sul finire della sera saliamo in baita a 1600 metri dove Ludivina, la madre, ci ha preparato un banchetto fuori di testa: tartiflette, carbonada, fontina e mocetta. Il tour enogastronimico continua. High quality food! Direbbe un mio amico australiano.

In Bici Per L’Italia si ferma qua per la notte più alta dell’intero giro. L’alba l’indomani sarà invece la più tardiva. La Valle D’Aosta è una delle regioni più estreme del nostro Paese e ci sono delle particolarità culturali e linguistiche che travalicano l’essenza dei luoghi comuni dell’italiano nel mondo. La frammentazione che i manuali di storia ci descrivono parlando della nostra penisola non è necessariamente negativa o conflittuale, direi che sia più la manifestazione di adesione a un paesaggio originale, a un territorio che naturalmente dà frutti diversi. Nel mondo della globalizzazione artificiale e a tratti degenerativa, queste regioni estreme e poco popolate, mostrano ancora (per chi le sa cogliere) gemme autentiche di purezza.
E capita che mi ponga strani interrogativi in posti come questo. Complici forse gli studi in filosofia o l’amore per la natura o ancora una più semplice sensazione di bellezza: non sarebbe meglio se nel mondo ci fosse qualche Valle D’Aosta in più? 

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