LA NOSTRA SPEDIZIONE


Scritto per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, ricorrenza celebrata ufficialmente il 17 marzo 2011.
E tu… fai parte dei nuovi Mille?

Chiamata. Polvere. Coraggio.
Pare impossibile tutto questo. Muovo dita su inchiostro moderno e nel mio sguardo italiano non esiste ragione per trattener lacrima.
Ogni cittadino del mio paese, in questo preciso istante, sta respirando a pieni polmoni aria d’Unità.
Vento d’Unità soffiava per le strade di Marsala esattamente centocinquanta anni orsono, quando un pugno di giovani travolse la storia.
Pare impossibile tutto questo.
Fuori dalla finestra della mia camera sta piovendo.
Fuori dalla finestra della mia camera c’è un’anima ferita.
Vedo il fumo salir dalla bocca di un corpo consumato, corrotto. Solo un insieme di mani giovani può rialzare questo vecchio paese.
Goccia. Grondaia. Goccia.
È il battito di quel nobile cuore che vibrava negli eletti patrioti di un secolo e mezzo fa. È il sogno che inizia a bruciare sotto le scarpe. È la spedizione di una nuova generazione.
Penso all’inno nazionale, ai nostri fratelli che lo hanno scritto e cantato sul campo di battaglia. Penso a quei Mille cuori pronti a morire l’uno per l’altro.
Pronti a morire per l’Unità. Pronti a morire perché anch’ io fossi qua.
In uno dei momenti cruciali della battaglia di Calatafimi, quando ogni sogno sembrava dovesse perdersi in una disastrosa ritirata, il condottiero si rivolse al generale:
“Nino, qui si fa l’Italia o si muore.”
Racconta il garibaldino Giuseppe Guerzoni: “Quel pugno di uomini trafelato, pesto, insanguinato, sfinito da tre ore di corsa e di lotta, trovata ancora in quelle maliarde parole la forza di risollevarsi e tenersi in piedi, riprese, come gli era stato ordinato, la sua salita micidiale; risoluto all’ecatombe…. e come l’eroe aveva previsto, la fortuna fu di loro.”
Parlavano dialetti diversi, ognuno si vestiva alla propria maniera, ognuno veniva dal suo piccolo mondo di tradizioni. A quel tempo la spedizione sembrava una follia, e lo era da ogni punto di vista in effetti. Ma al di là di ogni retorica, quei ragazzi erano la migliore gioventù d’Italia.
Così scriveva Mazzini prima della spedizione: “Non si tratta più di repubblica o monarchia: si tratta dell’unità nazionale; d’essere o non essere.”
Essere o non essere, cari giovani della mia generazione.
I Mille della prima impresa non avevano forse studiato come molti di noi oggi, eppure credo che il loro esempio di radicalità, coraggio e compattezza, sia memorabile.
Ho ben chiaro che viviamo in un’altra epoca noi “Mille”, eppure il sangue che abbiamo dentro, è ancora lo stesso. Abbiamo nell’anima l’ideale dell’Unità e il cuore innamorato e fedele a questo.
“La storia siamo noi, nessuno si senta escluso” cantava Francesco de Gregori in una delle sue più celebri composizioni di sempre.
Attraverso una nuova politica (arte del governo) si deve lavorare concretamente alla ricostruzione del paese. Quello che però mi sento in dovere di ricordare come persona, cittadino, cristiano e giovane di questa nuova generazione, è che le strade per una nuova Italia, non si fermano alla politica, ma devono continuare il loro corso attraverso le essenze vocazionali e professionali più varie; attraverso i talenti che la natura ha offerto a ciascuno.
Unità, è un sentiero di note mai trovato.
Unità, è il grido d’amore su una tela dipinta.
Unità, è un qualsiasi sogno che si realizzi nella sua pienezza.
Pare impossibile tutto questo, eppure la storia non si sbaglia. Sono trascorsi centocinquanta anni e l’Italia ha bisogno dei suoi nuovi Mille per la grande impresa.
Per questo siamo chiamati alla storia, chiamati a sognare.


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