LE DITA DEL PEDONE


Dal libro Trucioli di Mondo

Da troppo tempo ormai, le strisce pedonali di quel pianoforte non riascoltavano quei passi di mano felpati. In tanti erano passati per di là, avevano imparato qualcosa o suonato una semplice canzone. Ma da troppo tempo mancava il pedone, il ragazzo che chiudendo gli occhi e aprendo le dita, ascoltando lo spartito dell’anima e senza leggerlo, passeggiava sulle strisce. Spettinato e con qualche anno di più se ne stava quel ragazzo, seduto sui pedali come un vero pianista. Un artista, smarrito fra documenti controfirmati e un po’ di vanità. Dallo sguardo che apriva per note mancate si leggeva l’infinta arte andata perduta, forse per alcune scelte di epoche centrali. Due labbra strette su un morso affievolito dalla lingua, una nota più alta e il profumo di vino sulle pareti della stanza musicale.

Ora che non ci pensava, il Natale in famiglia gli rammentava vecchie corde di poesia, dei rilanci giovanili di cui l’uomo appena ricordava l’appartenenza. Un buon rosso ed una sigaretta. Il cuore per definizione non calcola proprio tutto. Quella sera fu un bene. Bellezze emanate a suon di aria calda e scarpe di cuoio. Un’ondata di polpastrelli, il tocco deciso delle tre dita di accordo. Ogni singola nota si faceva avanti dal cuore, si lanciava dal trampolino fino a perdere il suono, fino all’impatto con l’acqua. Svaniva sul fondo. Le più forti ricomparivano in superficie per prendere una boccata di mondo in più, ma durava poco. Un attimo. Era un ultimo tuffo di vita. La musica si immergeva e rinasceva, rimaneva per aria e per cuore, si nascondeva nel buio degli occhi o nel chiarore di qualche fantasia. Gli ultimi tuffi erano lenti, malinconici, quasi tristi. Per l’artista perduto, come un libro da restituire verso sera, la musica finiva irrimediabilmente presto. Si sdraiava l’ondata dal cuore, si consumavano le ali di cera. Lo scaffale tornava ordinato anche dell’ultimo libro. Battito di ciglia. Silenzio. Mente locale. Terra. Il pedone era tornato. Aveva riacciuffato qualche istante di ricordo e ne aveva inzuppato dentro una parte di anima.

“Quanto mi mancava questa sensazione!”

Ero ancora in piedi e non avevo intenzione di rovinare la conversazione. Il dialogo tra l’artista e la sua arte era la voce del paradiso sul pianeta. Non potevo sentirla, ma captavo una discussione, antiche ruggini traboccate poi in una fuga. Mi trovavo lì per il momento più bello, quello nel quale l’uomo vive il sentimento del perdono e lo porge al pianoforte. E non si può capire, e non basterebbero le parole (sempre che esistano), per raccontare quel colloquio innescato dal vino nei tocchi iniziali e deciso poi dalla profondità di un’anima. Ammiravo il ritorno, la riappacificazione fra due strumenti complementari che, in fondo, fanno della reciproca simpatia il mezzo tecnico per abbracciare il mondo. Le dita si stavano alzando. Arrivò un lungo sospiro di sollievo.

“Temevo di non farcela. Non pensavo che il pianoforte mi volesse ancora bene.”
Mi appoggiai alla colonna, andavo per l’ultimo goccio.
“Eccome se te ne vuole! Le avventure vissute assieme, due compagni, non le dimenticano.”

.

Trucioli

E.
Tornò.
Ed.
Ad.
Amarlo.


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