VIAGGIARE IN DUE…PER DUE (Tappa Seconda)


Due parole è giusto spenderle anche per le nostre cavalleresche bici, senza di loro non sarebbe stato possibile salire in vetta a Camaldoli e neppure pensare di partire per questa travolgente avventura fatta di buon silenzio, pensieri soffici e pesanti, sogni di giovinezza.
Il rapporto con la bicicletta, per il ciclista o il cicloamatore, deve essere un evento di amicizia, un patto di cuore e raggi, gomme e pedali, uno sposalizio tra culo e sella, portapacchi e zaino. Prima l’avventuriero troverà questa empatia, prima scioglierà in sé la pazienza del viaggiare, l’ardore di credere alle promesse della strada e del vento scaccia nuvoloni.
#GiuliettaBike mi ospita sopra la sua canna come una sorella maggiore con il fratellino alle prime armi, mi insegna a fare le cosette per bene. Fischietta come un uccellino quando tocco il freno davanti, scricchiola quando cambio troppo in fretta, in discesa si riguarda un po’, non ama le buche e neppure gli sterrati. In salita è una teleferica, pattina costante sull’asfalto, come le mani di Allevi sul pianoforte. Sulla Via di Francesco l’ho ribattezzata Sorella Luna: alta, calda, sognatrice e romantica. Quando poi sente lo scampanellare scanzonato della #CarnielliTurismo, allora si rallegra (anche in piena salita) e cavalcarla diventa un onore.
La #CarnielliTurismo viaggia dagli anni Settanta per le strade d’Italia e il suo portamento vintage la rende irraggiungibilmente elegante, come del resto è Andre, il suo angelo biondo. È di un marrone bronzato, cambi bassi sulla canna, fanalino conico davanti. La danno per mezzo da museo da quinquenni, da quando forse ci volteggiò l’ultima volta l’infaticabile nonno Gio’ per le strade di Verona. Il vecchio ormai da qualche mese non c’è più. Lei invece non molla, sale, scende, si batte fino all’ultimo monte da scavalcare.

Con gioia e timore siamo partiti alle 7,30 spaccate dall’Eremo di Camaldoli, alla volta di chissà dove di preciso, con la bussola puntata verso il confine umbro e la coscienza di dover recuperare la strada perduta. Dopo 10 km colazione a Badia Prataglia con un cappuccio extralarge e due cornetti per uno. Un uomo con gli occhiali sembra contento di raccontarci la strada nei particolari. A un certo punto accenna a un gruppo di cagnoloni bianchi, guardiani di un gregge e non proprio cortesi.
“Va beh dai, vorrà dire che pedaleremo più veloci!” dico io sorridendo.
“… En piena salita sarà fascile!” mi dice lui in un rurale e simpatico accento aretino.
Appena Andre va fuori alle bici mi informo meglio. A quanto pare sono dieci cagnoloni bianchi (la leggenda narra che un paio di anni fa abbiano mangiato un lupo!).
Salutiamo e ci rimettiamo sui pedali.
Scendiamo fino a Rimbocchi e poi cominciamo a salire. Facciamo un patto di silenzio per non dare dell’occhio nella zona indicataci come pericolosa. Poi muovo il cambio inserendo la marcia morbida (non l’avessi mai fatto!), un cane nero, come se mi attendesse da sempre con l’orecchio alla Luca Toni, comincia ad abbaiare. È l’inizio della salita e dopo pochi metri su un piccolo rilievo si affacciano tre “bianconi” digrignanti. Uno a macchie nere comincia a inseguire Andre che non fa cenno di cedere. Pedala come un signorotto in piazza con la Graziella, impassibile e silenzioso. Io proseguo a ritmo blando voltandomi di tanto in tanto per vedere se arrivano gli altri bianconi e serbando nelle gambe (per ogni evenienza) lo scatto di Virenque. Il cane maculato sbaiaccia un poco ancora, rallentando le zampe e fermandosi dopo una curva. I capelli di Andre non posso vederli perché ha la bandana, ma sospetto siano quantomeno brizzolati dalla paura. Tutto passato però, ormai ci siamo. Sì… ci siamo allontanati dai cani… ma al Santuario de La Verna mancano ancora 12 km di salita e l’asfalto comincia ribollire i 30° gradi di metà mattina.
Stavolta è dura davvero. Fiatone e silenzio, raggi lenti, solitudine. La Via di Francesco alterna fasi di convivio e condivisione a momenti personali, fatiche interiori che portano la misura di ciò che siamo, di ciò che forse verremo forgiati a essere. E allora impari a rispettare la diversità del compagno di viaggio, il suo istante di morte e rinascita, il suo pacato esserci nello scomparire dietro la curva lunga per uno scatto felice o l’abbandonarsi laggiù indietro tra i propri ruderi umani.
Forse per questo è bello fare certi viaggi in due, non di più, non di meno. È per uno strano equilibrio relazionale che aiuta il tu, a essere io, e il noi a essere io e tu.
La #CarnielliTurismo torna a scampanellare d’improvviso e allora ce ne usciamo fuori da noi stessi, ci rivediamo in sella, on the road, rompiamo l’isolamento necessario per una fase successiva che profuma di traguardo.
Saliamo fino al Santuario. Per una buona oretta ci stacchiamo dalle bici. Io scendo nella cappella dove Francesco ha ricevuto le stigmate e Andre rimane in basilica. Ce la viviamo a tu per tu con la Croce e con la roccia, in ginocchioni a pensare e pregare, a ricordare amici stretti e larghi, persone care, famiglia e bellezza.
Alle 13 ci troviamo per il pranzo. Mangiamo come cani sciolti nell’aia. Nell’aia ci sono spaghetti al ragù e una montagna di parmigiano, poi pesche, albicocche e arance.
Alle 13,30 incontriamo Padre Eugenio, il frate ultrasettantenne che ha fatto “rinascere” La Verna come Santuario. Eppure è dolce, sorridente, poveramente realizzato. Ci racconta due o tre aneddoti su Francesco e Papa Giovanni Paolo II in visita nel 1993. In uno slancio di tenerezza ci porta nei suoi ambienti più intimi e ci racconta due o tre particolari della vita francescana.
Con piacere lo ringraziamo. Ci salutiamo in amicizia e lo lasciamo ai suoi mille lavori. Chiediamo il timbro del pellegrino in portineria e via verso Pieve Santo Stefano. Scendiamo giù al bivio e risaliamo per una zona di foresta selvaggia. Allo scavallare, le nuvole si fanno più dense e scure, si spostano velocemente fino a raggiungere la nostra marcia. Come ieri è di nuovo pioggia forte. Ci ripariamo sotto un albero di fortuna per 15 minuti cercando di mettere in salvo zaino e borsoni. Appena si placa, procediamo giù per cercare un posto più coperto. Sta ricominciando a piovere forte, quando sulla destra intravediamo tre o quattro tetti… è il minuscolo paesino di Compito, sottospecie di borghetto dimenticato in discesa (o in salita), uno svarione passeggero di 4 o 5 muratori umbri o toscani. Entriamo in un garage aperto. Il padrone ci vede. Ci raggiunge e ci saluta. Forse prova compassione nel vederci così stravolti, forse solo simpatia. Parliamo un po’ della strada e del tempo, del tragitto da fare, di Rignano sull’Arno, Renzi e Giaccherini. Torna a lasciarci soli per 5 minuti. Io mi cambio. Poi torna, ci spalma un po’ di olio sulle catene e ci conforta.
Da lui capiamo finalmente dove siamo diretti: andremo a Sansepolcro.
Lo ringraziamo e sentiamo il suo sguardo accompagnarci fino alla strada che scende.
Piombiamo giù a media andatura sulla strada lavata e giungiamo nella città dei diari, Pieve Santo Stefano. Qui di diari non ne ho letto nemmeno uno. Ricordo però di esserci venuto in una domenica di due anni fa per giocare una partita. Nel primo tempo cascai in una pozza fonda 47cm e mi trovai il mignolo della mano sinistra piegato di 90 gradi. Un compagno di squadra a partita in corso me lo raddrizzò senza che io guardassi. Boia dell’orso che male! In realtà non sentii nulla e continuai a giocare. Il mignolino continua tutt’oggi a resistere stoicamente pur risentendo di tale caduta nella città dei diari. (Curioso che l’episodio sia diventato oggi dettaglio di un diario).
Le gambe cominciano ad accusarla sul cavalcavia che incrocia la superstrada per Sansepolcro. Saliamo per qualche chilometro ancora e scendiamo verso i tre campanili del centro che si adocchiano in lontananza. Nei pressi di una di queste chiese veniamo accolti in foresteria da una famiglia.
75 km, metà dei quali in pura salita. Ci hanno segnato duramente la Via e l’amicizia. Non li dimenticheremo. Il rapporto con la strada, con le bici, tra noi e con Francesco sembrano rafforzarsi. C’è una sola vera domanda, formulata in più sfumature dalle persone che incontriamo lungo il viaggio:
“Perché fate questo? Perché la Via verso Assisi?
Chissà in quale angolo di noi vive la risposta. Forse ci sono molti motivi, forse uno, magari nessuno. La sensazione è che procedendo ci si avvicini a scoprirlo… Onestamente però, non credo che prima di Assisi riusciremo a capirlo.


2 risposte a "VIAGGIARE IN DUE…PER DUE (Tappa Seconda)"

  1. Come diavolo fanno a stare nello stesso racconto San Francesco, gli europei di calcio 2016, Giacomo Leopardi e una Carnielli Turismo?
    È come se chiedessimo a Kurt Cobain di suonare l’arpa a un rave.. non so se mi spiego.
    Eppure, zero gradi di separazione.
    Tutto in perfetta armonia di sorrisi e parole che ti scaldano l’anima.
    Perché Andrea è così, lo conosciamo. Ti fa ridere e piangere insieme, ti racconta del dolore più profondo e della bellezza più alta.
    Ma forse anche un po’ perché il mondo è così.. Andrea si ostina a chiamarli trucioli di mondo.. ma queste sono travi di quercia che ti porti domani a lavoro, a scuola e in famiglia. Che ti fanno da sostegno quando sei in down. A cui attacchi un cartello bello grosso con su scritto che la vita è una meraviglia.

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    1. …certe bellezze non le si forzano a convivere. Stanno semplicemente dalla stessa parte in quanto bellezze. Rimandano al Luogo dei luoghi, quello che dà senso a tutto l’esistere, quello dell’amicizia anche tra elementi o persone molto diverse. Lì, una volta, ricordo bene di essere stato con te, caro Andrea.

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