IL PIGIAMA DI CLAUDETTE


Devo analizzare perché ammiro le ragazze che tutti i giorni sono più truccate di me il giorno del matrimonio… con tanto di particolari barocchi sugli occhi e rossetti rossi o bordeaux ancora perfetti fino alle otto di sera.
Io esaurisco la mia arte uscendo dal pigiama… e mi auguro esistano altri esemplari di out-fit struccata con capelli bagnati.
Grazie Claudette.

Esistenze ermeneutiche che permettono ancora al mondo di sentirsi se stesso.
O che permettono al mondo di sentirsi in pigiama, direbbe Claudette.
Passo interi pomeriggi in pigiama a scrivere di gente in giacca. E mattinate intere in giacca a scrivere di gente in pigiama. (Non lo si dica troppo in giro questo).
Di base si scrive insomma?!
No. Non esattamente. Più ancora dello scrivere è la passione per le altre vite che ara il tempo. Arare il tempo è dargli una buona forma, creare di esso un luogo ospitale per nuove nascite, prendersene cura, un vero take care del mondo. Arare è tutt’altro che facile, significa ribaltare, rigirare, sconvolgere il terreno. Alle volte bisognerebbe farlo pure con il tempo. Il bello è che tutto questo lo si fa per una scommessa, un atto di fiducia rivolto alla natura, per quella regolarità che rende possibile la vita sul pianeta.
Il processo dell’aratura mi affascina fin dai primi anni novanta. Nel teatro aperto dei campi da lavorare, infatti, prendevano vita i racconti del vecchio Gio’, di quelli che imprimono immagini e ne creano altre a fantasia della mente, di quelli che generano vita e amore artistico. È fortuna questa: ricevere in dono la bellezza del creare da chi si appresta ad andarsene.
Mai più le si scordano le storie ben raccontate:
ci posano il verbo essere sulle labbra,
ci pulsano il sostantivo essere nel cuore.
Donano l’aria della primavera, la ruggine sugli attrezzi, la morte e la pace, l’oriente e l’oceano. Accarezzano di cultura la pelle innocente, un’identità che diventerà col tempo ferita e cicatrice ma resterà il grande tesoro.
La cosa grandiosa dell’arte di arare è che interrompe la resistenza del terreno, quell’ammasso tappato e secco che può portare al superficiale ristagno dell’acqua.
Arare è ristrutturare, riconcepire, un take care rivoluzionario che rende possibile l’espansione delle radici.
Tutto sta insieme fin qua: il tempo da arare, le storie ben raccontate, il pigiama di Claudette.
Ha molto poco senso il mestiere dello scrittore senza take care del mondo. Può anche darsi che sia tutto ben ordinato con immagini visibili, emozioni plausibili, sensazioni forti, ma se manca il prendersi cura, l’impegno a costruire, allora il terreno è sterile, l’acqua non penetra fino alle radici, l’arte finisce per dimenticare se stessa.
Claudette ammira le ragazze che tutti i giorni sono più truccate di lei nel giorno in cui si sposò. Fino alle otto di sera può accadere di vederle sfilare perfette tra i palazzi della città. Anche quella è arte se fatta nel take care del mondo.
Non posso sapere se esistano altri esemplari di out-fit struccata con capelli bagnati, non mi sento preparato per indagini di questo tipo. Mi sembra però di poter fissare un punto di rientro, un’azione confortante in cui l’umanità femminile si ricongiunge. Vada come vada, capelli bagnati, particolari barocchi, rossetti rossi o bourdeaux, viene comunque il tempo di acqua e sapone. Perché in ogni stagione, prima o dopo, anche la verità torna a mettersi in pigiama.


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