TUTTO QUELLO CHE NON SO


ad almeno uno dei residenti a Hoppers Crossing

Sono gli incontri davanti a una birra a decidere la mia vita. In una o nell’altra maniera mi trovano ovunque. Sarà forse il tempo che concedo loro da quando ho l’età per decidere. Può darsi.
Di qua comunque mi trovo bene. Non ho una famiglia, lavoro come insegnante, mi mancano un po’ gli amici e a volte penso a Song, il cane di mio padre. Lo immagino fare la guardia al giardino, eretto sulle zampe, sotto l’ombra del pero come gli aveva insegnato il mio vecchio.
Ma quale ombra del pero ombra del pero… È novembre. Tutto sarà già cambiato da quelle parti: pioggia, grandine, allagamenti mattutini per le case vicine al fiume.
Song sarà nella cuccia sotto il portico, con le orecchie basse e la copertina a quadri sul dorso.
Stamattina il sole è più potente, il mio appartamento è un villaggio disabitato di cose in disordine. Il caos, in verità, me la mette bene sulla vita, soprattutto quando ho un po’ di nostalgia. Dà movimento agli oggetti, dona loro una specie di #daffarsiprospettico che allunga la loro esistenza su altri luoghi: così per la forbice della cucina macchiata di pomodoro e a penzoloni sul chiodo vicino al frigo, così per il pelapatate mollato in mezzo alle bucce del tagliere grande, così per la padella ancora oliosa delle hamburger di tacchino.
Qui, today, è tutto maledettamente in ordine.
La storia della mia vita è illeggibile da questo lato del mondo, la maggior parte di me è cresciuta lontano da Hoppers Crossing, questo casupolaio australiano che nessuno sospetterebbe essere un buon posto per il giorno del picnic.
Non mi muovo di qui da più di un anno. Ho un orologio nuovo che segna ore lontane. Il fuso orario sul battito del polso lo voglio italiano punto e basta.
Quando si va lontani da casa bisogna prendere delle decisioni di prim’ordine all’istante. Alle volte, per non dire sempre, lo si vuol fare di istinto e si finisce per dare una forma strana e poco ragionevole alla vita. Passato del tempo, poi, non ci è più dato di capire bene il perché dei ritmi che abbiamo, il why di tale andatura bi-esistenziale che ci riempie le giornate e il cuore. È bi-esistenziale la mia vita, sono letteralmente due, corrono in parallelo assieme. A turno una si ferma, da quel punto in poi prosegue solo nel mio cuore.
Ciononostante sorrido, perché di tutto questo ambaradan generale sono ancora straordinariamente gli incontri davanti a una birra a decidere la mia vita.
Lo facevano di là, lo fanno di qua.
Paiono il minimo comune denominatore della bi-esistenziale storia d’amore che affronto nel mondo. Sono queste birre medie bevute in compagnia a battezzare i luoghi al mio arrivo:

Brindisi al tempo che è,
a quello che verrà
ai viaggi sognati
e alla morte,
quando sfiorerà le ciglia stanche.

Certo, anche alla morte le birre medie rimarranno denominatori, e lo dico con il groppo alla gola. Non sono addolorato perché morirò, quello ci sta, rientra nelle cose che toccano a tutti nella vita. Un filo di tristezza viene invece a trovarmi perché per nessuna ragione al mondo mancherei il brindisi “alla mia morte.” Birrare alla morte sarebbe birrare alla vita eterna, nessun brindisi è tanto azzeccato.
Non tutto quel che si vuole lo si può avere. Anche le birre medie vanno guadagnate, esattamente con quelle buone decisioni che solo di fronte a una birra media si prendono.
Il sole di novembre è quello di inizio estate in questo angolo remoto di globo terrestre, gli australiani cominciano a uscire di casa con canotte colorate e cappellini bianchi della Billabong; i parchi del centro city si riempiono di passeggini e donne che si legano i capelli mentre corrono; da Brunetti, la cameriera, serve sfogliate alla ricotta e cappuccini quasi italiani.
Alle volte me lo chiedo che ci faccio qui, me lo chiedo senza chiedermi il permesso altrimenti mi verrebbe negato. Ma ci sono volte che, altri mille splendidi luoghi sulla terra, non varrebbero il momento che vivo qua con i miei ragazzi.
Quando ero piccolo, alle scuole elementari del mio paese, per farci ricordare i mesi dell’anno e ciò che accadeva in ogni stagione, la maestra Lucia insegnava una specie di filastrocca. È stato scavallato il millennio, sono passati almeno vent’anni ma la ricordo ancora a memoria:


Settembre grappolaio
Ottobre castagnaio
Novembre triste e stanco
Dicembre tutto bianco.

Sono arrivato alla conclusione che non esistono più i mesi di una volta.
Se ci penso troppo rischio di sentirmi un frutto fuori stagione.
Novembre in Australia è
sole che spacca le pietre,
tavola da surf sottobraccio,
gavettoni sotto le stelle.

Difficile da immaginare. Lo so.
Ma che bello il nuovo punto di vista sul mondo!
Ho imparato a scuola quello che non ho adesso e sto imparando adesso quello che non potevano insegnarmi a scuola. Strada facendo ho imparato finalmente… che ho qualcosa da imparare da tutti, soprattutto dai miei studenti: loro sono tutto quello che non so.
Tra le altre, forse, questa, era la cosa più importante da capire a scuola.

.
Trucioli

Buon autunno Song,
non preoccuparti,
un giorno tornerò…
Bau! Wuau! When!?
Non lo so.
Sono le birre medie a decidere la mia vita.
…Forse, quando tornerà un po’ di ombra
sotto il pero.


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