LA MADRE DI CASA


Dal libro Trucioli di Mondo

Quando decisi di dire sì alla madre di casa, in quell’afoso pomeriggio, non sapevo ancora a cosa realmente sarei andato incontro. La lavatrice girava a tutta, sessanta gradi di camicette colorate, pigiami estivi e salopette da lavoro. Era settembre, le braccia non ne potevano più di sbarbare rami d’uva e portare secchi pieni di futuro chianti classico. Ogni giorno mi alzavo alle 5,30 per non lasciare che il sole si impossessasse delle ore di lavoro. Il campo andava raggiunto fin dalle prime ore del mattino, quando il caldo era dietro le mura del villaggio e le donne ancora sospese in qualche sogno di città.

Confesso che il periodo della vendemmia era sempre uno dei più duri. C’era però da divertirsi con quei ragazzi che venivano da ogni parte d’Europa per mettere in piedi secchi d’uva fino all’orlo. La sera, l’aria si riempiva di canzoni e poesie. Trattenersi un po’ a chiacchierare in altre lingue e ascoltare tradizioni e costumi, per noi vagabondi ormai chiamati a restare, erano affascinanti rievocazioni.
La lavatrice continuava a girare veloce ogni sera, dopo che il vino e la verità erano venuti a galla fra le anime di vendemmia. Erano gli stessi vestiti che avrei riutilizzato due giorni più tardi, quando l’odore di zolfo e succo d’uva spariva soffocato dal detersivo al limone della madre di casa.
La madre di casa. Una signora snella e minuta con la vestaglia bordeaux la mattina presto, ed il grembiale giallo per il pranzo. L’affetto di una nonna ed un sorriso limpido come il mare d’estate al primo giorno di vacanza.
La madre di casa. C’è poco da fare, aveva della stoffa nel farsi voler bene dalla gente, forse per quella sua voce decisa quando si parlava di politica.
Conoscete il voler bene o voi lettori? Il voler bene per davvero intendo?!
Quando una persona vuole del bene ad un’altra, è come quando il vento si prende cura delle foglie: una culla di emozioni semplici e trasparenti nell’autunno inoltrato.
L’amore, all’epoca in cui conobbi lei, era un tabù; per taluni, quasi un’opera di brigantaggio. Era così per quelli più attaccati a certe tradizioni casolari. Eppure c’era ancora qualcuno che sapeva amarsi con rispetto, c’era chi sapeva come sarebbe girato il mondo di lì a poco, in quell’amore così universale quanto delicatamente unico. Tornavo a sera tardi dopo il lavoro, dopo la cena e dopo gli svaghi di improvvisati cantastorie e polverosi poeti. Tornavo sempre con qualcosa di nuovo, perché nella vita donatami dal contado, c’era un’intera esistenza da invidiare, una semplicità che spronava al sorriso, un’intraprendenza artistica che lasciava stimoli mai bonificati. La madre di casa dormiva di già, anche se il profumo di camomilla in cucina lasciava pensare alla sua presenza. Probabilmente un’oretta prima era ancora per qui, a rammendare la camicia di suo figlio o a recitare ad occhi chiusi il rosario di sua madre. All’arrivo, aprivo il frigorifero alla ricerca di un pezzo di polenta o di formaggio, ma a parte una sorsata di latte non rimediavo niente. Toccavo il letto pochi minuti dopo, e pensavo a quali pensieri felici avrei potuto sfiorare prima di dormire. Molti assicuravano, e forse lo fanno anche ora, che il sogno nasce dalla traccia di ciò che si è pensato un secondo prima di addormentarsi. Sarò sincero, non sapevo proprio cosa poteva capitarmi in sogno quando riflettevo su capitoli felici. C’era il rischio di svegliarsi la mattina con una vita immaginaria, troppo grande per quella nel quale ero abituato ad esistere.
Poco o nulla portavo a casa in quel periodo di profonda crisi economica, eppure vedevo che eravamo felici lo stesso. Senza denaro per vacanze extra, è vero, ma il sorriso e gli occhi briosi erano la risposta a tutti i cattivi pensieri che di tanto in tanto mi affollavano la mente. La sera, alla fine, decidevo sempre per dire due o tre preghiere sincere per quelle persone che mi volevano bene e poi lasciavo che il caso si prendesse gioco dei miei ingranaggi intellettuali.
Mi addormentavo ascoltando il rumore della mutezza, ed era interessante captare in essa una certa familiare risonanza con la giovinezza. Andavo a riposare nella mutezza anche quando ero ragazzo prima ancora che finisse la guerra, chiudevo la serranda perché mio fratello potesse riposare più a lungo, poi sussurravo un “Grazie” al cielo scuro della camera. In questa età adulta, il rumore della mutezza, prende musicalità dal riposo di mia moglie, un respiro costante e sereno che la accompagna ogni volta dall’altra parte della notte. Un respiro che a me, accompagna fino all’abitudine dell’alba, quando la collina comincia ad alitare il fresco dell’autunno e i contadini stirano le prime ossa al balcone o alla finestra. Al sentir quel giro di respiri provenienti un po’ da dentro e un po’ fuori dalla stanza, premo ancora il pulsante della lavatrice e faccio partire la centrifuga. Non ce la faccio a lasciare la mia vita. La mia giornata inizia con il vecchio odore della salopette e termina all’aprir la porta di casa, con il profumo al limone.
Il sabato è giorno di riposo e Caterina si lascia portare in città. Amo veder mia moglie vestita a festa e con un sorriso benestante sul volto. Non saremo mai benestanti, così è la nostra vita. Fino a che staremo assieme però, io e la madre di casa saremo felici.

.

Trucioli

Da una certa via.
Stabili.
Per quei pochi soldi.
C’era il rischio di cader.
Al lavoro.
Lo saremo.
Nell’anima.
Resteremo.
Sempre.


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