FIRENZE


Dal libro Trucioli di Mondo

Stavo pensando perché mai un locale debba far pagare il drink e non le pietanze.
Una volta era il piatto la spesa maggiore.
Moda e tempo cambiano gli usi della gente comune. Moda e tempo, vogliono oggi che un esercito di bicchieri variopinti sia l’ospite di lusso.
Nel teatro del giovedì notte, per recitar bene la propria parte, è impossibile far a meno di un cocktail con ghiaccio.
È la mia città Firenze, quella dei tornei di calcio, dei primi baci, degli studi universitari.
Da qualche anno, però, ogniqualvolta capiti per le sue strade, provo una sensazione singolare, come un respiro di epoche passate.
La mattina, il treno, prova a infastidire il viaggio con i suoi stop: stazioni di paesi o di una manciata di tetti che sia, è comunque fermata.
Provano nausea i pendolari: sconforto nella nebbia calata di notte, uggia per il lavoro che li attende.
Meta è comunque Firenze, sia per chi di dover la trova, sia per chi come me, di un soffio di leggerezza va in cerca.
Stamani passeggiavo per le borgate medioevali. Non vi era folla turistica e l’aria era ancora pregna di quei vapori notturni che d’ogni portone fanno un rifugio. Guardando la via sgorgare in fondo alla piazzetta, ricordai un paio di calici e una panchina.
Me ne accorsi lì, non ero io a passeggiare per Firenze. Firenze passeggiava in me:
Un atteggiamento d’animo,
una deconcentrazione pulita,
una spensierata poesia che fin dai vagoni del treno, avanza.
Poco a poco, dopo il canto d’ogni stazione, son io a divenir piuma e nel viaggio, in verità, Firenze inizia in me prima ancora che le scarpe scendano a toccarla.
È così diverso il mio stato rispetto a quello dei pendolari che paradossalmente colgo in loro la stessa maniera di essere, sul binario opposto al mio.
Da stamani sono ancora qui, un po’ per incontri d’immagine, un po’ per dialoghi essenziali alla mia storia.
Nell’arco della settimana conosco momenti di folla, momenti di compagnia e momenti di solo me.
I primi, sono i minuti più festaioli.
I secondi, di condivisione con pochi amici e famiglia.
Poi conosco momenti di solo me, e divento deserto.
Poi conosco momenti di solo me, e divento mare.
Ma ci sono anche altri momenti, a volte rari, a volte un po’ meno: sono gli attimi di solo me nella folla.
Mi trovo al Kitch, un locale di strada per il centro frequentato da ogni ragazzo che abbia buone maniere e 8 euro e 50 cent per pagare il cocktail della cena. Siedo nell’angolo opposto all’entrata lasciando le spalle al traffico di viale Gramsci. Sono arrivato alle ultime luci del tramonto ma il locale si è riempito solo dieci minuti fa, verso le 20.
Nel gazebo allestito fuori, soffusamente illuminato, non è ancora giunto il tempo delle stufe a fungo che d’inverno si alzano sui cappelli della gente come grattacieli di città.
Rumoreggiano i giovani universitari, centellinando sorsi ed allargando sguardi persino verso il mio angolo. La baldoria di questi ragazzi si scontra esattamente con il silenzio al quale uno scrittore comune aspirerebbe. La penna si sposta invece sul tavolo con agilità, indossa le scarpette e danza la solitudine.
Baldoria. Solitudine. Chi ha detto che non si possano incontrare assieme per una sera?!
La mia scrittura desidera del resto l’una quanto l’altra, non per vanto o depressione.
La musica nasce da un animo che chiama alle sue corde note dell’una e dell’altra.
È la sintonia della mia essenza che va raccogliendosi in un luogo e in un momento preciso.
Stasera, quello stesso animo, ha la disposizione “Firenze”.
Stasera, il bicchiere che mi spetta, gira qui, nella mia città.
Gli ultimi sorsi richiaman le labbra. La penna continua la sua danza.
Ero qui per una giovane cameriera dalle gentili maniere, un’anima che ebbi la fortuna di conoscere su una spiaggia di qualche estate fa.
Sono qui al tavolo da quasi due ore oramai e di lei nessuna traccia.
Lo spicchio d’arancia è intrappolato tra i massi di ghiaccio in fondo al bicchiere.
A fine cocktail, la cena è finita.
Da una giornata intera sono in giro per questa città. Porto addosso una bella sensazione, come se domani potessi svegliarmi cambiato, come se il sogno fosse al principio, ed io, finalmente pronto per tornarmene a casa.
La mia vita è, di fatto, una costante ricerca di sogni che vanno dal paese alla città.
Di fatto, la mia vita, è una costante ricerca di sogni che vanno dalla città al paese.
Ed è così per i momenti della settimana. Pur nella loro diversità li amo ad uno ad uno, ma con in serbatoio sempre un solletico di bramosia perché l’altro abbia inizio.
Anche questo sono io.
Appartengo all’ormai millenaria categoria dei giramondo, quelli che vivono per scoprire qualcosa di cui non si conosce l’esistenza. E passeranno stagioni e passeranno uomini ma nessuno andrà perduto. Verrà sempre alla vita qualcun altro, desideroso d’ogni tipo d’amore autentico.
Ecco come mi scopro ancor oggi, mutevole tra quei venti che cantano al cuore, con il sorriso di chi a fine corsa, si trova ammaliato e immobile di fronte al mare.
Ultimo sorso. Raccolgo il cappello.
Rientro nel soprabito, un po’ nella folla, un po’ nella solitudine.
Ripongo il quaderno nella borsetta. La indosso a tracolla.
Nascondo un pugno di sguardi curiosi sotto il cappello.
Da me solo, col mondo, mi avvio verso casa assieme a Firenze.

.

Trucioli

Lampioni per la città.
Di paese.
C’era.
Ogni fermata.
Realtà.
Impazzita sul palmo.
Prosegue il giro a ritmo.
Come una ballerina di talento.
Ed è raccolta.
Far a meno di continuare la corsa.
Fosse cominciata.
Smarrita.
Qualcosa di noi resterà.
Continuerà il nostro profondo.
Forse il desiderio.
Consumati ma mai del tutto.
Quelli che più d’ogni altra scoperta, desiderano.
Alla ristretta cerchia d’essi ormai perduta, va.


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