UN LUOGO BEN PRECISO (Tappa Quarta 1)


Da Gubbio si riparte con una colazioneONA e una piccola visita ai luoghi di interesse. Tra le foto storiche da annoverare ci sono quelle negli spazi di Terence Hill, Don Matteo. Il paese umbro è ormai celebre in Italia anche per questa serie televisiva andata in onda per la prima volta nel lontano 2000.
L’intenzione pre-partenza è quella di avvicinarsi il più possibile ad Assisi con la tappa. Se non fosse che ormai conosco Andre e prevedo che non si accontenterà di arrivare a 18 km dalla meta finale. Il giovanotto scalpita e vorrà farcela in una tirata.
Non è tanto la distanza a turbarmi (che non supera i 65 km globali), quanto la strada già percorsa, il sellino sempre più duro, le borse e gli zaini che tentano a ogni salita di mandarci in attracco, bloccarci in scalata e farci scendere. Anche le gambe cominciano a risentire del viaggio. Sono partito con il quadricipite di Pinocchio e mi ritrovo adesso quello di Zlatan. Difficile da gestire con questi attillatissimi pantaloncini da ciclista.
Partiamo verso le 13. Salta subito il freno davanti di #GiuliettaBike. Con 7-8 minuti lo rimettiamo in sesto. Anche le nostre cavalleresche bici evidentemente si portano sulle ruote molti chilometri. Sulla stradina che costeggia il torrente in direzione Ponte d’Assi troviamo un campo di calcio semi abbandonato e un ragazzo di 20 anni che batte punizioni in solitaria. La scena ci commuove, ci ricordiamo entrambi quella sensazione che si prova a essere soli in campo, con nessuno a restituirti il passaggio, condividere il valore della palla giocata o l’emozione di un rigore battuto perfettamente. Non ci mettiamo molto a capire che il senso della Via è soprattutto quello di incontrare gente nuova, di scambiare due chiacchiere e fare qualche domanda. Giriamo le ruote e torniamo dal ragazzo. Giochiamo un po’ con lui, battiamo due rigori e ci aggiungiamo su facebook. Riccardo è il suo nome, palleggia con il sorriso sulle labbra, ha un paio di tatuaggi e un’anima semplice che gli sgorga dagli occhi.
L’ora del meriggio non è così afosa ma il sole picchia sulla pelle ancora blanca dall’inverno. Stamane ho pure dimenticato di mettere la cremina protezione 20! Non lo dite a mamma Beatrice per favore.
Continuiamo sulla Via fino a quando un bivio strategico mette in difficoltà le mappe dello smartphone. Niente paura. Spengo ogni cosa con uso aereo. Torniamo a orientarci con elementi naturali e umani. L’Angelo Biondo si fionda istintivamente sulla SP240 verso la collina. Da qualche parte ricordo di averla letta nei giorni precedenti. È la nostra.
Saliamo fino in cima senza incontrare anima viva. Scivoliamo sull’altra valle lasciando che il vento ci attraversi pensieri, opere e wou wou. Siamo felici, questa è la verità. Le gambe vanno forte e la mente è sgombra, la via che seguiamo verso Valfabbrica risale solo per un piccolo tratto che superiamo in chiacchiere. Ci alterniamo a tagliare il vento e battere la strada. Un piccolo madonnino perso nel verde ci fa venir voglia di pregare un attimo. Personalmente non sono mai stato un tipo devotissimo al rito, insomma non da preghierone mega galattiche o lodi e vespri forever and ever, neanche un tipo da ceri, cerini, cerumi e candeline da accendere. È l’uomo che mi aiuta a ritrovare ogni volta la fede, l’umanità, il lato relazionale, la festa dell’essere, l’amore. Non so se durerà per sempre questa cosa, la vita è un grande punto interrogativo, è una salita da affrontare ogni giorno per la prima volta.
Sulla Via di Francesco Andre mi insegna la bellezza anche della devozione, della perseveranza, forse della preghiera come non l’ho mai intesa.
È tanto grande l’umanità che ogni volta rivela una sfumatura, uno spillo, un filo di paglia di ciò che Dio è. Proprio qua, su questo madonnino senza tempo, torniamo ad affidare l’avventura dell’esserci, le nostre persone care, la vita con quel che sarà.
Scavalliamo in punta e giù verso gli ultimi tratti del percorso. Valfabbrica è ormai a 2km e stiamo già stilando uno spassoso resoconto di come è andata, di come il fisico regga malgrado gli acciacchi, della tappa riuscita alla grande. Stiamo per giungere al nuovo ponte in costruzione sulla statale quando, in un attimo, tutto cambia.
Andre si ferma pochi metri dietro di me e lo sento gridare… “Aspetta aspetta nooo! Ho forato!”
È tempo di tornare nella fatica, nell’imperfezione, nel provvisorio, nell’umiltà. Mentre i camion ci sfiorano e ci scaricano addosso i fumi prodotti nella loro pancia, proviamo a gonfiare la ruota. In 12 secondi è di nuovo a terra. Nulla da fare. Accompagniamo la #CarnielliTurismo per i 2km rimanenti. Valfabbrica è l’ultimo vero paese lungo la via Francigena che porta ad Assisi e non sappiamo se è la camera d’aria o il copertone ad aver ceduto. Chiedendo indicazioni qua e là riusciamo ad arrivare nei pressi di un’officina per auto. Il gruppetto di giocatori di carte, che siede nel bar di fronte, ci invita a continuare per qualche metro ancora verso un piccolo negozio di moto. Lì, dicono che un uomo in pensione potrebbe aiutarci anche se “…apre quando vuole, a volte mai”.
Ci fidiamo e raggiungiamo il luogo. La vetrina ospita delle belle moto ma è tutto spento. Suono il campanello di quello che credo sia l’appartamento del signore. Sono le 16 in punto quando una vocina di donna risponde. È la moglie ottantenne (informazione raccolta in seguito). Il marito però, a quanto pare, non tornerà prima di cena o di notte, o comunque, sentendo le parole della signora, in data da definire e appurare. In sostanza non si sa. Ci viene addirittura il dubbio se sia vivo o meno. Mah.
Ripassiamo davanti al gruppetto dei giocatori di carte e scendiamo all’officina. Con il permesso del meccanico cominciamo a smontare la ruota per ripararla. Essendo quella posteriore è un po’ più difficoltosa da togliere. Andre però è abile e ce la fa in pochi secondi. Mario intanto viene a darci mano. Togliamo la camera d’aria e ci accorgiamo all’istante che è bucata. La sostituiamo con una che porto in borsa. Sospiro di sollievo. Il cerchione ha retto e la ruota adesso è come nuova.
Bene, tutto è pronto per ripartire. Va solo rimontata la ruota. Mario e Andre cominciano a ricomporre rotelle, rondelline, viti e pispolini. Io seguo la scena dall’alto sostenendo la #CarnielliTurismo e cercando di non inzupparmi le mani di olio come stanno facendo loro. La situazione è al principio comica, poi tragi-comica e infine tragica per bene. Mario e Andre arrivano non so in che maniera a ritrovarsi la catena annodata, al contrario, con pezzi in giro di qua e di là. Sono esterrefatto.
Ore 17. Comincio a pensare di chiamare un ostello e rimanere a Valfabbrica.
Ore 17,05. Rovesciamo #GiuliettaBike per vedere come sono montati catena e cambi.
Ore 17,12. Andre non sa più che fare.
Ore 17,17. Lavorandoci a 4 mani sembra che qualcosa cominci a tornare. Andre e Mario stringono le ultime viti e la ruota sembra posizionata bene. C’è soltanto un problema. Di tutta la ricostruzione sono avanzati una rondellina e una vite.
A me non sembra molto normale e lo faccio umilmente presente. Mario mi tranquillizza: “N’ho na vasca piena de roba che avanza!” (Ok. Io comunque il pezzettino me lo riprendo perché “il calcio è strano” e fino alla fine tutto ancora potrebbe succedere).
Ci laviamo le mani con una sorta di sapone gialliccio, un impasto granelloso che ce le rende quasi trasparenti. Ringraziamo il grande Mario dandogli un contributo per il lavoro. Ci ha salvati. Forse arriveremo ad Assisi stasera.
Siamo abbastanza provati psicologicamente, soprattutto Andre. Ripartiamo dall’officina con il gruppetto di giocatori di carte che ci osserva, qualcuno fa un cenno di saluto. Ci fermiamo in una locanda per bere qualcosa e riprendere forze. Gatorade e Kinder energetico. Poi subito in sella alle cavalleresche per salire fino alla Pieve di San Niccolò (quella in cui si sposa la figlia del dottore nella famosa conta ambarabacciccicoccò). Attraversiamo la strada principale e cominciamo a salire. Il tempo di mettere il rapporto giusto e… “Aspettaaa! È saltato tutto ancora!”
Ehm ehm ehm #Porcapaletta! Qualcosa non va. Scendo verso l’Angelo Biondo e sdraiamo la stoica #CarnielliTurismo. La ruota è apposto. Il cambio e la catena, però, sono letteralmente crollati sull’asfalto. Suono il primo campanello che trovo. L’intento è quello di ritrovare alla vite e alla rondellina il luogo originario sul pianeta catena della #CarnielliTurismo. Alla terza scampanellata un uomo sulla quarantina mi apre la porta. È scalzo e assonnato, credo di averlo buttato giù dal mondo dei sogni. Visibilmente rammaricato scende a darci un cacciavite. Andre è in una condizione particolare che non saprei bene come definire e che in tutta franchezza non oserei toccare con ulteriori parole: agitato? Nervoso? Rassegnato? Deluso?
Proviamo a rimettere i frammenti ma la #CarnielliTurismo assomiglia sempre più alla motoretta del Pieraccioni dopo essersi schiantata sul “Casolare de Noattri” nel film Il Ciclone.
Suggerisco con delicatezza di riportare la bici da Mario. Andre prova ancora per un po’ ad aggeggiare per conto suo. Alla fine dei giochi è legittimo tirare una massima: chi sa giochicchiare bene a pallone non è detto che sappia anche riparare biciclette del 1972. Questo per non dire che i calciatori, nelle bici, non dovrebbero mai metterci le mani. (I mezzi narratori neppure).
L’ultima carta del nostro mazzo giornaliero è Mario.
Andre raccoglie lo zaino e lo mette su #GiuliettaBike, io mi carico sulle spalle la #CarnielliTurismo (o ciò che ne rimane) cercando di non perdere pezzi per strada.
Ripassiamo per l’ennesima volta davanti al bar che sta proprio di fronte all’officina. La situazione è impercettibilmente ridicola. L’immagine del nostro passaggio non è stata registrata da nessuna foto o video o satellite per ovvi motivi, ma vi assicuro… di una comicità sconcertante: sfilo goffamente a pochi metri da loro con gli occhialini da ciclista ancora sugli occhi, la #CarnielliTurismo tra le braccia, in brandelli come un cadavere da riesumare. Ciondolante, disastrato e guasto mi segue a passo lento l’Angelo Biondo con le guance a ditate nere. Come si suol dire: scuro in volto.
Gli occhi dei giocatori di carte si muovono con le nostre falcate fino a quando uno di loro non mette fine a quell’imbarazzante silenzio:
“Forse me recordo male… Ma nn’è fatto per portar le persone quel atrezo lì?” ridono tutti con gusto e anch’io sto al gioco. Andre credo faccia finta di non sentire o magari è solo immerso nei suoi metabolici pensieri.
La mia natura semi-giornalistica mi porta a pensare che, a Valfabbrica, si stia diventando uno di quei casi da testata locale. Se non riusciremo a partire entro poco, rischiamo di farci intitolare una strada o peggio creare i presupposti per una di quelle targhe in marmo che si trovano nelle città. Del tipo:

Per qui,
nel giugno 2016 rotaron
du’ monelli pellegrini valdarnesi
perdendo senno e strada tra gli arnesi.
Non giunsero mai ad Assisi
Di lor ricordiam i gracili sorrisi.

La comunità di Valfabbrica

Mario mi vede arrivare con la bici in mano e sorride di nuovo. Molla il suo lavoro alle auto e si precipita da noi. Nei momenti difficili c’è sempre un passo da fare, un primo piccolo passo per rendere la situazione accettabile. A volte può voler dire ridacchiare simpaticamente, altre volte fare una battuta o semplicemente fare un cenno di saluto. Gli occhi blu e le sue mani di nera pece ci ricollocano subito nella piega positiva della situazione, ovvero, che qualcosa ormai ci lega: la sfida di rimettere in strada la bici, la rondellina esclusa e conservata, l’avventura infinita sul tratto finale della Via, la pelle tinta di sporco e, probabilmente, Francesco d’Assisi.
Un clima disteso e paziente si genera tra noi. Come per magia, la tranquillità ci rende nuovi. Le nostre capacità tecniche non sono aumentate da pochi minuti fa, ma ci sentiamo più adatti, predisposti al momento, pronti ad accettare qualsiasi cosa. Studiamo con gli occhi il modo di far quadrare l’ingranaggio e con un pezzo alla volta ricomponiamo il quadro. Salgo sulla bici per fare una prova. Sembra bene. Andre ci fa un giretto più lungo e stavolta è tutto ok.
Salutiamo Mario ringraziandolo per l’ennesima volta, forse l’ultima. Non ci dimenticheremo. Montiamo sui pedali sgomberando il pensiero, coscienti che Mario e l’officina, fra i mille milioni di posti nel mondo, oggi per noi sono diventati un luogo ben preciso. Un luogo che continueremo a ripassare, narrare, ricordare eternamente, come si ricordano le oasi nel deserto o le stanze di casa.

Sono le 18,50 orario solare, le 23,30 orario fisiologico. Siamo sfibrati. Tuttavia decidiamo di non mollare e rimetterci in viaggio. Restano ancora 18km ad Assisi. La tappa quarta sembra non finire mai…


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