EPILOGO DI UNA TESI PRIMAVERILE


Perugia 30-03-2017

In fondo è questo. È l’epilogo di una lunga vicenda, la tesi. Questa qui in particolare, che mi coglie in primavera, territorio del tempo che germoglia e che fa cominciare tutti i guai. Certo, i guai. I guai del vivere, del cambiare, del rinunciare, dello schierarsi, del creare e del crearsi, i guai della fine, che è sempre transito, i guai del sognare.
Ma in fondo che ne è di noi senza guai?
È passato un anno da quando ho incontrato Maria Zambrano. Da primavera a primavera. Si dice che ci voglia almeno un anno di vita, in un luogo, per imparare le abitudini che vi troviamo, per impararne la lingua ed entrare in confidenza con le persone che raccontano e rivelano storie.

In un anno, a dire il vero, di Maria Zambrano non conosco ancora nulla. Solo qualche frammento in qua e in là, qualche parola percepita e guardata con stupore.
La verità è che un anno è troppo poco per capire un luogo, qualsiasi esso sia, figuriamoci conoscere una persona come lei!
Quando si comincia una tesi non si ha mai idea di dove si possa finire, di quali angoli del pensiero riusciranno a meravigliarci e in quali, invece, ci perderemo labirinticamente. Così è stato ed è per me.
Ciò che ho ben chiaro dopo questa terza tesi di laurea è che alla fine di un lavoro del genere non si può essere gli stessi. Per quanto breve sia un anno e per quanto frammentata e irregolare sia la nostra meditazione scritta di un tema, è necessario che sul punto finale ci si trovi cambiati, ci si veda diversi.
Da Maria ho imparato tanto, un tanto che non si quantifica in nulla di materialmente rilevante, se non, appunto, questo abbozzo di ricerca. È un tanto che non si spiega, che non si dice. È un tanto che si sente, che accarezza curve del cuore fino ad oggi solitarie, che raggiunge zone nascoste della creatività e del desiderio. Ciò che si impara davvero, si arriva al punto di non ricordare di saperlo, in quel punto significa che fa parte di noi, che coincide con qualcosa che siamo. Questo miracolo è l’essere, l’essere in continua corsa verso l’essere.
Non so che altro succederà adesso, forse che consegnerò questa tesi, compiendo così un atto semplice ma allo stesso tempo storico. Perché è sempre storico consegnare un lavoro finito, qualsiasi esso sia e in qualunque ambito: il finito racconta. Consegnerò questa tesi, un gesto che salva tutta la strada fin qui viaggiata, da quando mia madre mi insegnava a leggere le prime paroline mentre stirava, alle scuole elementari da quando scrissi le prime lettere. Maledetto e benedetto quel giorno che lo fecero… di insegnarmi a scrivere. Da lì, per l’appunto, sono ufficialmente cominciati i guai. Dev’essere stato un giorno di primavera. Sicuro.
Sì, la consegnerò, un gesto che salva gli scintillii dell’adolescenza, le note a casa alle medie e le insufficienze delle superiori. Consegnerò qualcosa, rimanendo però sempre in debito per ciò che questi 10 anni di università tra Firenze, Siviglia, Loppiano e Perugia mi hanno dato, per ciò che hanno difeso e spaccato in me, per ciò che ricordano, perché come mi suggerisce Maria:
«Tutto quel che ha vita, animale, vegetale, stellare, ricorda, e anche la cosiddetta materia deve avere un modo suo di ricordare. […] Tutto quel che un giorno ha vissuto, anche solo per un istante, ricorda» .


2 risposte a "EPILOGO DI UNA TESI PRIMAVERILE"

  1. Andrea, seppure non so di te, ,,,conosco le tue radici e un po’ la tua voglia di scalare montagne…Avanti allora anche nelle scalate della vita e, seguitiamo a sognare anche fra i…tanti guai…Adolfo

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